I rendimenti delle obbligazioni governative USA stanno salendo. Ma la fase ribassista sarà più moderata rispetto ai cicli passati

 

Il 2018 ha esordito con una traiettoria divergente per le borse e il reddito fisso: i listini azionari sono saliti, mentre nell’universo dei bond sembra arrivato l’orso, l’inizio del mercato ribassista. Il rendimento dei decennali americani ha infatti superato due livelli chiave, il 2,5% e il 2,64%. Secondo l’analisi tecnica, una disciplina che cerca di interpretare le dinamiche future di singoli titoli o indici partendo dallo studio dei grafici, il recente movimento aprirebbe la strada a una risalita più marcata dei titoli del Tesoro USA, verso il 2,75% – 2,80% e oltre: l’approdo più naturale per un eventuale nuovo impulso rialzista sarebbe da individuare nell’area tra il 3,05% e il 3,3%.

Sul piano dei fondamentali, l’aumento dei tassi è sostenuto da una combinazione di quattro fattori:

  • una crescita americana superiore alle attese, con un Pil previsto in espansione del 2,6/2,7% nel 2018, in lieve accelerazione rispetto al 2,5% ipotizzato a dicembre.
  • La recente approvazione della riforma fiscale negli Stati Uniti, che dovrebbe aggiungere altri 2 o 3 decimali alla crescita USA nel 2018.
  • Il rialzo dei prezzi petroliferi, sostenuto dalla ripresa della domanda globale, dai tagli alla produzione ribaditi dal vertice OPEC di fine novembre e dal cambio di strategia del nuovo Ministro delle Finanze saudita, il principe erede al trono Mohammad bin Salman, desideroso di finanziare le riforme sociali con un prezzo più alto del greggio.
  • Senza dimenticare – quarto fattore – la graduale riduzione degli acquisti da parte della Bank of Japan nell’ambito del programma di Easing Quantitativo e Qualitativo.

In questo scenario, occorre prestare maggiore attenzione alla componente governativa europea dei portafogli, più vulnerabile a un aumento dei tassi e quindi esposta al rischio di ritorni negativi.

Un rialzo di 50 punti base della curva dei rendimenti tedesca avrebbe effetti negativi su tutte le scadenze. Sulla curva italiana, invece, un analogo rialzo avrebbe un impatto più modesto: le potenziali perdite si concentrerebbero sulla parte a lungo e lunghissimo termine, mentre nella fascia intermedia le cedole elevate consentirebbe di compensare il calo dei prezzi. Analogamente, un sollevamento di mezzo punto percentuale della curva americana penalizzerebbe solo i titoli a 10 e 30 anni, mentre le scadenze tra uno e cinque anni darebbero accesso a un ritorno positivo.

In ogni caso, il mercato “orso” obbligazionario dovrebbe assumere toni più moderati rispetto ai cicli passati, contraddistinti da un aumento robusto dell’inflazione: le attuali dinamiche tecnologiche e demografiche sembrano destinate a mantenere strutturalmente basso l’andamento dei prezzi al consumo. Tale contesto giustifica la prosecuzione di un approccio graduale nel processo di normalizzazione della politica monetaria da parte delle maggiori banche centrali.

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