Londra si prepara a uscire dall’Unione Europea ma intende mantenere un ruolo di partner commerciale privilegiato. Opposto il punto di vista che Bruxelles che mira invece ad un’uscita senza sconti

 

Con il prossimo ricorso all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che prevede il meccanismo di recesso volontario e unilaterale di un Paese dall’Ue, l’addio del Regno Unito all’Europa entra nella fase cruciale, dando il via a un iter lungo due anni di negoziati con il blocco europeo a 27. Si tratta di una prova di verità per il livello di coesione e per il futuro della regione europea. A maggior ragione dopo che il governo britannico ha chiarito quali sono le sue intenzioni in merito alla rinegoziazione dei trattati europei. Gli impatti sull’economia del Regno Unito sono però ancora tutti da decifrare.

 

Al via trattative piuttosto complesse

A giudicare dalle dichiarazioni dell’una e dell’altra parte, l’impressione è che i colloqui tra Gran Bretagna e Bruxelles saranno complessi. Il governo inglese vuole una Brexit definitiva, ma intende conservare un ruolo di partner commerciale privilegiato. Pur esprimendo la volontà di riscrivere da zero gli accordi commerciali su mercato unico e unione doganale, lo scorso 17 gennaio la premier britannica Theresa May ha precisato di voler ottenere un accordo di libero scambio che non intacchi i rapporti preferenziali in campo commerciale e finanziario con l’Ue, area dove è diretto il 47% delle esportazioni britanniche e da cui proviene il 51% dei beni e servizi importati. Se questo avvenisse, fanno sapere in un articolo sul loro sito gli studiosi dell’Ofce, l’osservatorio economico francese, “le conseguenze economiche della Brexit sarebbero minime sia per il Regno Unito sia per il blocco a 27”.

Le disposizioni dei trattati prevedono invece che Londra accetti le condizioni che saranno stabile da Bruxelles oppure che si distacchi del tutto, senza dare vita a posizioni intermedie. Davanti a sé Downing Street ha un interlocutore non intenzionato a fare sconti. Le autorità di Bruxelles tenteranno di mantenere una linea dura per dimostrare che uscire dall’Unione ha un costo. Reale e simbolico. In considerazione del fatto che va evitato categoricamente che altri Stati seguano l’esempio del Regno Unito e possano beneficiare in futuro dei vantaggi del mercato unico senza nessuna contropartita, l’opinione diffusa di commentatori e analisti è che i 27 Paesi membri dell’Ue si opporranno a una revisione “light” degli accordi.

Prima del referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016, il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker aveva lanciato un avvertimento agli eventuali Paesi disertori, dichiarando che “chi è fuori è fuori” e che i trattati non possono essere rinegoziati a piacimento. A complicare ulteriormente il compito di Londra c’è poi il fatto che il governo ha solo due anni di tempo per rinegoziare oltre 120 trattati commerciali.

 

Nelle trattative l’Ue parte avvantaggiata

Secondo l’analisi dell’Ofce, abbandonando il mercato unico, il Regno Unito corre il rischio di dipendere dal regime di base dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), che in tema di diritti doganali prevede l’applicazione della clausola non discriminante MNF della nazione più favorita, uno degli assi portanti del sistema commerciale internazionale. Il pericolo in cui incorre Londra è duplice: da un lato le multinazionali potrebbero trasferire le loro attività e sedi legali al di fuori dal Regno Unito, privilegiando Paesi membri dell’Unione Europea, e dall’altra una fetta importante delle attività finanziarie e bancarie dell’area euro rischia di lasciare la City di Londra per installarsi magari a Parigi, Francoforte, Amsterdam, Dublino o Milano.

Secondo i ricercatori dell’istituto francese, “la minaccia di una guerra commerciale tra l’Ue e il Regno Unito è reale”. Detto questo, le autorità europee, favorevoli alla libera circolazione delle merci, dei servizi, delle persone e delle imprese, non dovrebbero ostacolare troppo il Regno Unito finché potranno disporre di un surplus commerciale di 130 miliardi di euro nei confronti di Londra. Anche gli accordi di cooperazione in materia industriale difficilmente saranno rimessi in questione.

Ai blocchi di partenza del tortuoso percorso di trattative post Brexit, che dovrebbero essere avviati in marzo, l’Ue sembra partire avvantaggiata a livello di leva negoziale per una eventuale revisione dei patti commerciali, 22 dei quali sono stati firmati da Ue e singoli Stati esterni e cinque sono invece accordi multilaterali riguardanti più di un Paese. Le nuove intese che verranno strette saranno probabilmente “à la carte”.

Sul piano legislativo puro, lo scenario è invece più prevedibile. Una volta fatto scattare l’articolo 50, il governo May varerà una legge per abrogare l’atto European Communities Act del 1972, con il quale il Regno Unito ha recepito la legislazione comunitaria. Significa che tutte le leggi europee si trasformeranno in leggi nazionali sulle quali il parlamento di Westinster avrà l’ultima parola. I trattati verranno invece rinegoziati da capo.

 

Un iter lungo e tortuoso

Se i due blocchi arriveranno a un’intesa entro i due anni di tempo concessi per legge dall’articolo 50, il documento fondamentale dell’Unione Europea, allora il Consiglio Europeo dovrà avanzare una proposta concreta che sia approvata dalla maggioranza dei suoi membri e che passi poi l’ostacolo del voto del Parlamento europeo. Anche l’esecutivo del Regno Unito dovrà ottenere il placet dell’aula parlamentare. Solo a quel punto Londra uscirà definitivamente dall’Ue.

 

Gli assi nella manica di Londra

Per mantenere inalterato il suo ruolo di importante centro economico e finanziario, secondo il consulente economico dell’Ofce Henry Sterdyniak, Londra potrebbe giocare in futuro la carta del paradiso fiscale e puntare sulla mondializzazione. La May è infatti convinta che il Regno Unito debba diventare il campione del libero mercato globale. Se si escludono i rapporti di scambio con l’Ue, il Paese conta in effetti su un surplus commerciale con il resto del mondo molto elevato, in particolare con gli Stati Uniti. Londra mantiene inoltre dei legami storici molto stretti con i Paesi del Commonwealth. Ma queste considerazioni non tengono conto del fatto che Londra giova già di un apparato legislativo molto liberale, pertanto, sempre secondo Sterdyniak, “è poco probabile che il Regno Unito potrà beneficiare di uno choc economico importante indotto da riforme ancora più liberali”.

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