Dopo il recente scandalo di Cambridge Analytica vale la pena interrogarsi sulla tenuta dei principali titoli tecnologici americani, i cosiddetti FAANG.

 

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare delle azioni FAANG sui mercati azionari statunitensi, e di riflesso anche nelle altre Borse. Protagoniste di  performance in Borsa fino a metà marzo 2018, nelle ultime settimane sono state oggetto di significative prese di beneficio. Ma cosa si nasconde dietro il termine FAANG? Quali sono questi titoli? Semplicemente, FAANG è l’acronimo di Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Alphabet (holding di riferimento di Google), i big dei business basati sulla tecnologia digitale ed in maniera indiretta sulle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale.

Oltre al fatto che in realtà alcuni analisti citano il termine FANG con una A sola non includendo la società più “hardware” di tutti, Apple, va  ricordato che esiste anche l’indice Nyse FANG, il quale racchiude i FANG veri e propri (Facebook, Amazon, Netflix e Alphabet-Google) assieme ad Apple, Alibaba, Baidu, Nvidia, Tesla e Twitter.

I titoli FAANG sono molto importanti per i mercati azionari. Costituiscono una famiglia esclusiva di growth stocks, cioè di titoli ad alti tassi e potenzialità di crescita economica, tra le più scambiate sulle Borse americane, e che rappresentano aziende attive nella tecnologia di prossima generazione. Queste società, il cui business si basa su software, soluzioni e servizi digitali,  agli occhi degli investitori rientrano tra quelle in prima fila nella nuova era dell’intelligenza artificiale e soprattutto delle sue applicazioni.

In quest’ottica i FAANG sono considerati da diversi analisti come titoli ad alta potenzialità ma proprio per questo da altri sono ritenuti esposti a diversi rischi. E nelle ultime settimane non sono mancati episodi che li hanno fatto emergere. Basti pensare allo scandalo Facebook legato alla privacy degli utenti o ai crescenti timori di una tassazione sulle società digitali.

La società guidata da Mark Zuckerberg è incappata in quello che è stato definito “datagate”. Il social network è finito al centro di una bufera non solo azionaria ma anche politica per il caso delle informazioni su più di 50 milioni di utenti che sono state raccolte su Facebook dalla società di ricerche Global Science Research (Gsr) e vendute a Cambridge Analytica. Nello stesso periodo sono arrivati alcune indicazione poco favorevoli alle società FAANG dal G20 di Buenos Aires, dove alcuni esponenti hanno proposto una tassazione digitale sui big di questa nuova era della new economy. Anche la Commissione europea starebbe lavorando a una proposta per fare in modo che i colossi digitali che operano nell’Unione europea, come Alphabet e Twitter, vengano colpiti da una tassa del 3% sul fatturato lordo, a seconda della residenza dei loro utenti.

In questo contesto incerto e in continuo mutamento, tipico del settore della tecnologia digitale, neanche l’audizione al Congresso USA del numero uno di Facebook, Zuckerberg, sul “datagate” è sembrata essere stata in grado per ora di diradare le nuvole sul futuro dei FAANG.

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