I contenuti del dibattito che tra il 22 e il 24 agosto ha riunito a Jackson Hole i banchieri centrali di tutto il mondo, accanto a esponenti del mondo politico, accademico e delle grandi istituzioni finanziarie mondiali, si potevano facilmente intuire leggendo il tema scelto quest’anno dagli organizzatori: “Challenges for Monetary Policy”, sfide per la politica monetaria. Più esplicito è stato il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell: nei 20 minuti del suo discorso d’apertura presso la cittadina del Wyoming che dal 1978 ospita il simposio di politica monetaria voluto dalla Federal Reserve di Kansas City, Powell ha dichiarato: “Abbiamo molta esperienza nell’affrontare gli sviluppi macroeconomici, ma inserire in questo contesto l’incertezza delle politiche commerciali è una sfida nuova per noi”, dato che la definizione della politica commerciale “è un lavoro che spetta al Congresso e all’Amministrazione, non alla Fed”, ha precisato.

L’escalation delle tensioni che vedono contrapposti da oltre 18 mesi Stati Uniti e Cina (con il coinvolgimento anche di altri partner, inclusa l’Unione europea) complica l’analisi dello scenario e quindi la scelta delle misure di stimolo monetario più idonee a ridare slancio all’economia. Powell ha citato espressamente l’annuncio di nuovi dazi Usa su 300 miliardi di dollari di import cinese, accanto alle evidenze di un rallentamento della crescita, specialmente a Pechino e in Germania, e ai noti focolai d’incertezza sul piano geopolitico, accennando alla crescente possibilità di una Hard Brexit, ovvero un divorzio di Londra dall’Ue senza accordo, al conflitto incandescente che infiamma Hong Kong e persino alla caduta del governo italiano.

Powell non ha offerto indicazioni chiare sulle prossime iniziative del Fomc, il braccio operativo di politica monetaria della Federal Reserve, limitandosi a osservare una generica disponibilità a decidere “misure appropriate per sostenere l’espansione dell’economia”. In questo contesto, ha spiegato, “stiamo esaminando gli strumenti di politica monetaria che abbiamo usato in tempi di calma e in tempi di crisi. Ci stiamo domandando se dovremmo ampliare la nostra cassetta degli attrezzi. Inoltre, stiamo cercando di capire come migliorare la comunicazione della nostra politica”. Il mercato dà per scontato l’annuncio di un nuovo taglio dei tassi d’interesse in occasione della riunione del 18 settembre. Se confermato, sarebbe il secondo dopo quello del 31 luglio che ha portato il costo del denaro nella forbice tra i 2 e il 2,25%. I contratti future sui Fed Fund, che esprimono le previsioni del mercato sulla traiettoria dei tassi Usa, attribuiscono una probabilità di oltre 80 punti percentuali all’ipotesi che entro la fine dell’anno la banca centrale americana intervenga con almeno un’ ulteriore sforbiciata.

C’è grande attesa intanto per la prossima riunione del Consiglio Direttivo della Banca centrale europea, in calendario  il prossimo 12 settembre. Nei più recenti interventi, il presidente Mario Draghi ha annunciato tassi “fermi o più bassi” almeno fino a metà del 2020 e ribadito l’intenzione di fare quanto necessario per garantire la stabilità del sistema finanziario della zona euro, evocando a più riprese anche la possibilità di avviare  un nuovo programma di acquisti. Il 31 ottobre, tuttavia, Draghi terminerà il suo mandato, per cedere il testimone alla francese Christine Lagarde. Nonostante quanto dichiarato a metà agosto da Olli Rehn, presidente della Banca di Finlandia, considerato tra i “falchi” del consiglio direttivo della Bce, le prossime mosse di Draghi sono tutto fuorché scontate. Rehn infatti ha fatto sapere che l’istituto di Francoforte è già pronto a riprendere in mano il suo bazooka di politica monetaria, con l’obiettivo di varare un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati. Ma secondo altri analisti toccherà alla sua erede, Lagarde, riaprire i rubinetti del quantitative easing, verosimilmente in occasione del meeting di dicembre.

Le attese di economisti e investitori sono molto elevate. Il rischio è che le aspettative possano essere deluse, innescando una reazione negativa sui mercati. Se confermate, però, eventuali iniziative di ampia portata promosse dai banchieri centrali potrebbero offrire nuovo carburante ai mercati finanziari, sostenendo il trend rialzista avviato a inizio anno.