La guerra commerciale apre rischi politici e economici. Ma non è lo scenario di base…

 

Mentre la guerra commerciale fa interrogare gli economisti sui reali effetti sulla crescita mondiale, negli USA crescono le preoccupazioni all’interno del partito repubblicano sui rischi di perdere le elezioni di medio termine in calendario a novembre nel caso di una escalation delle tensioni commerciali. In particolare le tariffe cinesi sull’import di soia, se applicate, metterebbero a repentaglio il consenso repubblicano negli stati produttori.
Otto dei dieci principali Stati produttori di soia hanno visto la vittoria dei repubblicani nel 2016 e in tre di questi l’esito delle elezioni è particolarmente incerto per il Senato.

In concreto le tensioni sul fronte commerciale potrebbero incidere negativamente in USA sulla fiducia degli imprenditori, mettendo a rischio la ripresa dei loro investimenti, essenziale per far ripartire la produttività degli Stati Uniti e ridurre i rischi di aumento del costo del lavoro per unità di prodotto e di pressioni inflazionistiche e per contrastare la riduzione dei margini delle aziende. Inoltre potrebbero colpire il reddito dei consumatori che potrebbero fronteggiare perdite azionarie, con un effetto negativo sulla ricchezza personale, che si associano ai rialzi dei tassi avviati dalla Fed e a un ridotto tasso di risparmio.

Ma se la guerra commerciale addirittura peggiorasse, gli effetti negativi sarebbero ancora più molteplici e, nell’ipotesi più estrema, vi sarebbe il rischio di una situazione vicina alla stagflazione, cioè a crescita bassa e inflazione in aumento, l’opposto di quanto è avvenuto nel 2017, con ritorni negativi o quanto meno insoddisfacenti sia per gli investimenti in azioni che in obbligazioni. A livello globale, l’acuirsi di una guerra commerciale comporterebbe la riduzione del commercio mondiale e della crescita economica globale. Le economie – e i loro mercati azionari – più aperte come quelle di Cina, Giappone, Europa sarebbero più colpite. L’economia USA, dove il peso dei servizi è maggiore, sarebbe meno danneggiata. L’export di beni verso la Cina pesa per una percentuale non elevata sul totale della produzione USA.

Tuttavia, pur considerando ora la guerra commerciale come scenario di rischio in crescita, e come tale da monitorare con molta attenzione, una vera e propria guerra commerciale non costituisce oggi lo scenario base. In effetti, gli investitori stranieri, in particolare Cina e Giappone, possiedono infatti circa il 43% dei titoli del Tesoro USA in un momento in cui il disavanzo del bilancio federale statunitense è previsto salire al 5.2% del PIL e le ritorsioni dei cinesi su settori USA importanti come quello della soia e dell’aereonautica potrebbero comportare, come accennato, proprio un calo importante della popolarità di Trump in prossimità delle importanti elezioni di “mid term”, quelle di novembre 2018.

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