La progressiva riapertura delle economie mondiali, accompagnate da politiche monetarie e fiscali molto espansive, sta comportando un aumento dei rischi di inflazione. In questa intervista Manuela D’Onofrio, Responsabile Investments & Solutions di Cordusio SIM, ci aiuta a capire il reale quadro inflazionistico di breve e di lungo periodo.

Perché gli stimoli fiscali post-pandemia stanno alimentando una crescita dell’inflazione?

“La gravità della situazione pandemica ha indotto i governi e le Banche Centrali a rispondere in modo molto più veloce, con manovre di stimolo di maggiori dimensioni e più dirette verso i cittadini rispetto a quelle intraprese durante la Grande crisi finanziaria esplosa nel 2008. Questa volta gli stimoli sono stati indirizzati in misura maggiore verso i cittadini più che verso il sistema finanziario. Non solo: l’entità degli stimoli fiscali governativi post-pandemici ha raggiunto il 27% del PIL negli USA e il 20% in Eurozona, verso rispettivamente il 6% e l’1% messa in campo per affrontare la Grande crisi finanziaria.”

L’incremento dell’inflazione è da ritenersi transitorio o permanente?

“L’attuale aumento dell’inflazione, in particolare negli USA, è riconducibile a fattori quali l’effetto sfavorevole di confronto con periodi in cui l’inflazione era molto bassa (in particolare i prezzi dell’energia), a restrizioni dal lato dell’offerta (si pensi ad esempio ai colli di bottiglia nel settore dei semiconduttori e ai ritardi nei tempi di consegna dei fornitori) e alla riapertura del settore dei servizi. Questi fattori sono a nostro avviso di natura temporanea, destinati ad essere gradualmente riassorbiti nei prossimi mesi.”

Perché le banche centrali si mantengono ottimiste nei confronti dei rischi dell’inflazione?

“Negli USA l’aumento dei prezzi è concentrato soprattutto nei settori colpiti direttamente dal Covid. Depurata dall’effetto Covid, l’inflazione risulta ancora contenuta. La Fed ritiene che gli aumenti dell’inflazione siano transitori e che le pressioni salariali, che determinano l’inflazione strutturale di lungo periodo, una volta che scadranno i sussidi di disoccupazione in settembre, si normalizzeranno e resteranno sotto controllo. Ricordiamo che attualmente molte aziende USA fanno fatica a trovare forza lavoro disponibile, considerando che le loro offerte retributive sono spesso uguali o inferiori ai sussidi di disoccupazione governativi.”

Quali fattori bisognerà monitorare per comprendere l’andamento delle dinamiche inflazionistiche?

“Nei prossimi mesi andranno monitorati, oltre ai già citati fattori, come le restrizioni dal lato dell’offerta e le dinamiche salariali, anche le aspettative d’inflazione di lungo periodo. Queste ultime, se permanessero elevate per un prolungato periodo di tempo, costituiscono il meccanismo attraverso il quale si innesta un circolo vizioso che va ad impattare sulle dinamiche salariali, rendendo quindi strutturali i rialzi dell’inflazione”.

Quali altre variabili potrebbero portare a un’inflazione maggiore delle attese?

“Esistono altre variabili che potrebbero portare a un rialzo dell’inflazione maggiore delle attese. Ad esempio, un eccesso di domanda stimato pari a circa 2.100 miliardi di dollari, grazie agli assegni governativi e alla domanda repressa, potrebbe riversarsi sull’economia americana. Un altro fattore che potrebbe surriscaldare l’inflazione sarebbe costituito da un’accelerazione della deglobalizzazione. In ogni caso, al momento, gli operatori sembrano dar credito alla tesi delle Banche Centrali della natura temporanea dei rialzi inflazionistici e le aspettative d’inflazione si sono ridimensionate rispetto ai massimi raggiunti ad inizio maggio.”

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