A inizio giugno i ministri delle finanze dei Paesi del G7 (USA, Canada, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia e Italia) hanno raggiunto un accordo per stabilire regole coordinate a livello globale per la tassazione delle multinazionali. L’intesa, ancora da definire nei dettagli, si basa essenzialmente su due pilastri. Il primo stabilisce che le multinazionali più grandi, nello specifico quelle con almeno il 10% di margine di profitto, vedranno il 20% dei profitti oltre tale soglia riallocati a quei Paesi dove effettivamente le società operano. Quegli Stati potranno quindi applicare le proprie aliquote fiscali. Come conseguenza il solo principio della sede legale non sarà più valido ai fini della tassazione. Il secondo pilastro stabilisce che verrà definita un’aliquota minima per la tassazione delle società a livello Paese pari al 15%, creando quindi un sistema di competizione fiscale più omogeneo.

Per arrivare a un accordo definitivo e completo la strada è ancora lunga e complessa. Ci sono ancora molti passi da fare, ma il primo è sempre il più importante e sembra sia nella giusta direzione, potendo già identificare diversi aspetti positivi che portano beneficio all’intero ambiente macro e microeconomico.

Innanzitutto, è un segnale positivo il fatto che gli USA sono stati tra gli sponsor principali del progetto. Questo aspetto sottolinea il ritorno al multilateralismo e alla cooperazione internazionale. Inoltre, l’accordo favorisce un’azione di contrasto alla disparità che negli ultimi anni è cresciuta in un contesto ad essa favorevole anche a causa di una sempre maggiore competizione fiscale su basi non omogenee. Un approccio più bilanciato tra creazione della ricchezza e sua distribuzione segnala la volontà forte di seminare per un percorso di crescita di lungo periodo più sostenibile.

Un ulteriore aspetto positivo è legato al fatto che gli stimoli fiscali sono stati per la prima volta nella storia recente sincroni a livello globale. La sincronizzazione ha prodotto una reazione importante e senza precedenti per curare le ferite della pandemia, con un ovvio parallelo aumento dei deficit di bilancio pubblico e di debito degli Stati. Questo passaggio non è però privo di incognite. Il rischio è che nei prossimi anni, nella stessa maniera sincrona, le principali economie mondiali possano trovarsi obbligate ad effettuare una rimozione graduale delle misure di espansione fiscale, una sorta di un “tapering” fiscale. Questo potrebbe avere implicazioni recessive globali e il fatto che già adesso i governi stiano cercando di muoversi in maniera coordinata per trovare le risorse necessarie per finanziare i progetti di spesa e di investimento di lungo termine, riduce il rischio di questo scenario.

Alle diverse implicazioni positive dell’accordo, si affiancano alcune critiche arrivate da diversi commentatori. Alcuni ritengono che il 15% di aliquota minima non sia poi un risultato così incredibile. È infatti una quota allineata all’aliquota di alcune legislazioni fiscali di Paesi già considerati “paradisi fiscali”, mentre un’aliquota del 21% sarebbe stata molto più efficace. Altri sono preoccupati dal fatto che un accordo a livello di solo G7 non rappresenti un consenso internazionale molto ampio, spingendo per una prossima approvazione da parte del G20. Inoltre, dovranno essere modificate le legislazioni nazionali per recepire l’intesa raggiunta.

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