Le politiche monetarie delle principali banche centrali sono adesso orientate a preservare condizioni di finanziamento favorevoli e un approccio di sostanziale controllo della curva dei rendimenti. In un contesto in cui i tassi sono destinati a restare bassi in considerazione dell’elevato livello di debito non finanziario globale, nelle ultime settimane si è assistito a un rialzo significativo dei rendimenti del Treasury Bond. Il movimento ha trascinato con sé i rendimenti delle principali obbligazioni governative del pianeta, come il Bund tedesco e il Gilt inglese. Tuttavia, per quanto riguarda i bond di Paesi dell’Area euro, l’effetto è mitigato dall’attivismo sul mercato della Banca Centrale Europea. La BCE, infatti, nella riunione dell’11 marzo ha annunciato che gli acquisti nell’ambito del PEPP (“Pandemic Emergency Purchase Programme”, il piano di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi UE da 1.850 miliardi di euro lanciato a marzo del 2020 per fronteggiare la pandemia) nel prossimo trimestre saranno condotti, come dichiarato, “a un ritmo significativamente più elevato rispetto ai primi mesi di quest’anno”.

Da parte sua, la Federal Reserve appare meno in pressing sui rendimenti del Treasury Bond a fronte di aspettative in netto rialzo sull’inflazione americana, risultando anche la banca centrale più proattiva con un massiccio programma di stimolo che comprende il taglio del tasso dei Fed Funds al target range 0-0,25%, un Quantitative Easing senza limiti, strumenti per sostenere il credito alle imprese e fornire liquidità ai mercati obbligazionari e valutari.

Lo scorso 17 marzo il FOMC, il braccio operativo della Fed, ha per ora lasciato invariati i tassi, gli acquisti di asset e la “forward guidance”. Alla luce dei progressi compiuti sulle vaccinazioni e l’enorme ulteriore sostegno fiscale, ha invece aumentato significativamente la sua previsione di crescita del PIL per quest’anno, portandole al 6,5% dal 4,2% stimato in precedenza, mentre ha aumentato solo leggermente la previsione sull’inflazione Core PCE a medio termine, alzata al 2,1% nel 2023 rispetto al 2,0% precedente. La dichiarazione post-riunione è rimasta praticamente invariata rispetto a quella della riunione di gennaio. Nonostante le migliori prospettive, “solo” 7 dei 18 partecipanti al FOMC si aspettano un aumento dei tassi entro la fine del 2023, rispetto alla precedente posizione di 5 partecipanti su 17.

Nel breve termine, le opzioni più praticabili della Fed, senza aumentare il suo bilancio, risultano essere in questo momento l’”Operazione Twist” o l’”Operazione Switch” che consiste di ridurre gli acquisti mensili di titoli garantiti da ipoteca da 40 a 20 miliardi di dollari nei prossimi mesi e aumentare gli acquisti sul mercato dei Treasuries.

Il presidente della Fed Jerome Powell non ha mostrato per ora alcuna preoccupazione reale riguardo all’aumento dei rendimenti a lungo termine e ha intanto annunciato il passaggio a una forma flessibile di obiettivo di tasso medio d’inflazione rispetto al regime precedente basato su un principio di rispetto di un obiettivo preciso di inflazione. L’adozione della Fed di questo approccio fornisce un ulteriore supporto a uno scenario di tassi d’interesse più bassi per un prolungato periodo di tempo e, di conseguenza, è probabile che il dollaro resterà debole. Ciò è positivo per le attività di rischio come l’azionario che beneficerà della riduzione dei tassi d’interesse reali.

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