La scossa che ha rimesso in moto l’economia mondiale dopo l’acme della pandemia sta producendo una ripresa forte e autentica. Il Covid ha anche avuto l’effetto di contribuire a dare vita a una Unione europea più compiuta, perché indurrà gli Stati membri a completare quel percorso, anche sul fronte degli Eurobond.

Per l’Eurozona, che ha avuto fin dalla nascita tassi di crescita modesti, ora c’è dunque l’occasione per compiere un salto strutturale e tornare a crescere in modo marcato grazie a una politica monetaria che è e resterà estremante espansiva e a una politica fiscale che finalmente consente ai Paesi membri di spendere per investire sul proprio sviluppo.

La ripartenza di slancio delle principali economie mondiali, Eurozona compresa, sta alimentando il rialzo dell’inflazione, in particolare quella americana che è passata dal +2,6% di marzo al 4,2% di aprile, il massimo da 13 anni. Questo risultato ha destato qualche preoccupazione sui mercati che si interrogano sulla possibilità di una stretta alle politiche monetarie delle principali Banche Centrali del pianeta, Fed in testa.

In realtà, per quanto riguarda la dinamica dell’inflazione, il quadro negli Usa e in Europa è completamente diverso. Gli Stati Uniti hanno stanziato misure, tra aiuti monetari e fiscali, pari a 30 punti percentuali sul proprio Prodotto interno lordo, una situazione che non si vedeva dal Dopoguerra. Tutto questo denaro messo in circolazione in USA è andato direttamente nelle tasche dei cittadini americani e delle Pmi; non delle banche come invece avvenne nel 2008 dopo il crac di Lehman Brothers. Gli aiuti provocheranno senza dubbio altra inflazione Oltreoceano, ma si tratta di una risalita dei prezzi “buona”, perché innescata dalla ripresa dei consumi delle famiglie americane che, per la prima volta in 50 anni, hanno raggiunto un tasso di risparmio più elevato di quello di noi europei”.

La situazione in Europa mostra dinamiche differenti. In un contesto in cui l’inflazione nell’Eurozona ha segnato +1,6% in aprile e non è andata oltre al +2% nella lettura preliminare del dato di maggio, la Commissione Europea sta spingendo i Paesi dell’Unione a fare tutto il necessario per salvare l’economia reale, senza badare al deficit. In questa direzione va anche il via libera dato da Bruxelles al Recovery fund. Si tratta di una vera svolta verso una maggiore integrazione dell’Eurozona e verso un budget comune, da finanziare con gli eurobond. Non bisogna poi dimenticare che gran parte degli aiuti europei, per l’esattezza 150 miliardi di euro su 220, sono a debito, chiamando così i singoli Paesi e in particolare l’Italia a restituirli quando verrà il momento. Ma mentre i privati che contraggono un prestito devono restituirlo, gli Stati invece hanno un privilegio unico: quando il debito arriva a scadenza lo rinnovano, emettendo altri titoli, come appunto fa l’Italia con Bot e Btp.

È una differenza fondamentale, perché fino a quando uno Stato è solvibile, è in grado di rinnovare il suo debito. Per farlo, ha bisogno solo di due cose: della fiducia degli investitori nella sua valuta; di una banca centrale che tenga basso il costo del debito, favorendone così la sostenibilità, come è nel caso del Giappone dove il debito pubblico ha superato il 250% del Pil e la BoJ (Bank of Japan) ne detiene circa l’80%.

Molti economisti hanno ormai compreso che la quantità di debito di per sé non ha alcun significato, quello che è importante è che lo Stato sia credibile e quindi che spenda bene i fondi pubblici per rendere il Paese competitivo. La Commissione europea sarà estremamente severa sul fronte delle riforme e applicherà l’equazione che lega l’erogazione delle diverse tranches di aiuti al raggiungimento degli obiettivi.

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