… Almeno per il momento. Contributo da parte di Manuela D’Onofrio, Condirettore Generale – Direzione Investments e Prodotti di Cordusio SIM, pubblicato in origine su NewFinance di Maggio.

 

In tutti i paesi democratici, la grande crisi del 2008 ha avuto importanti conseguenze non solo sul piano economico ma anche politico, infatti non è un caso che i movimenti di stampo populista abbiano ottenuto un consenso crescente che è sfociato nella Brexit e nell’elezione del più populista dei presidenti americani dal dopoguerra.

Nonostante questi due eventi fossero stati descritti dalla stampa convenzionale come estremamente destabilizzanti per i mercati e per l’economia, a distanza i mercati azionari registrano nel loro complesso risultati positivi o molto positivi e l’economia globale, da circa nove mesi, sembra essersi scrollata di dosso le debolezze che l’avevano caratterizzata a partire dalla seconda metà del 2015.

 

Innanzi tutto è importante capire perché il populismo potrebbe essere fortemente destabilizzante per l’economia e per i mercati. Torna utile richiamare alla memoria lo studio della storia di Roma: i Populares erano quegli esponenti della classe dirigente che sostenevano le istanze dei ceti popolari e si contrapponevano agli Optimates che salvaguardavano invece i privilegi della classe dominante.
La storia ci insegna che questi movimenti di lotta contro la classe dominante emergono quando la ricchezza si concentra eccessivamente in un segmento ristretto di popolazione ed i partiti tradizionali non sono in grado di attuare delle politiche economiche volte a ridurre la sperequazione tra ricchi e poveri.

 

La storia purtroppo ci insegna anche che, spesso, i movimenti stampo populista scivolano in derive tendenzialmente autoritarie.
In passato tutti i leader politici cosi detti populisti, hanno adottato delle misure economiche e monetarie che, nel breve periodo, producevano degli effetti molto positivi, ma nel medio lungo periodo, si traducevano quasi sempre in una crescita importante dei prezzi e del debito pubblico, crescita che molto spesso portava il paese alla bancarotta, con conseguenze devastanti soprattutto per i ceti più deboli.
Senza andare troppo in dietro nel tempo, basta leggere la storia dell’Argentina o del Brasile nella seconda metà del 900 oppure la più recente triste caduta in depressione del Venezuela, per capire quali siano le conseguenze di politiche economiche che creano crescita utilizzando la leva del debito e della svalutazione.

Il programma economico proposto dal leader del Fronte Nazionale per risollevare le sorti della Francia si ispira ai principi tipici dei movimenti populisti, infatti esso prevede la reintroduzione della valuta locale nella quale verrebbero ridenominati i titoli di stato, quindi effettivamente il programma prevede la ristrutturazione del debito pubblico; a questa ristrutturazione del debito si associa poi un piano di crescita importante della spesa pubblica con l’aumento dei salari minimi e delle pensioni, l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni, il tutto finanziato da una Banca Centrale che, persa l’indipendenza, stamperebbe moneta sotto le direttive del governo centrale.
E’ facile prevedere come i mercati finanziari reagirebbero se un programma di questo genere venisse attuato; come prima conseguenza i rendimenti dei titoli di stato subirebbero una forte impennata, le banche verrebbero nazionalizzate e quindi le obbligazioni bancarie verrebbero  ristrutturate; sorte migliore non potrebbe certo toccare ai prestiti societari ed i pensionati ed i nuovi occupati dall’amministrazione pubblica riceverebbero sì uno stipendio ma in una valuta dotata di un potere di acquisto molto basso.

 

In pratica, che piaccia o no, i mercati finanziari penalizzano i programmi economici il cui fine principale sia la crescita del consenso popolare a scapito della sostenibilità economica nel medio lungo periodo ed il motivo di questa penalizzazione, non è ideologico, ma bensì insito nella ragione stessa che spinge un soggetto dotato di risorse economiche in eccesso a prestarle ad uno che non ne ha, ossia il profitto sotto forma di interesse.
Per il momento i mercati finanziari sembrerebbero credere nella capacità delle attuali democrazie di trovare le soluzioni al problema di una crescente disuguaglianza economica che è poi alla base della bassa crescita dei paesi sviluppati.

Come cittadini, dobbiamo quindi augurarci che i movimenti populisti emersi dalla crisi del 2008 sappiano dar vita al cambiamento necessario a smussare gli aspetti più esasperati delle politiche economiche neoliberiste, senza cedere alla tentazione di facili misure assistenzialiste ma bensì attuando riforme che stimolino gli investimenti privati e permettano ai giovani ed ai disoccupati di sviluppare le competenze richieste dal mercato.

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