Le recenti tendenze demografiche favoriscono l’aumento dei consumi in una fascia di popolazione a lungo penalizzata dalla crisi

 

I Millennial hanno superato i Baby Boomers. Secondo le stime del Census Bureau statunitense, gli americani nati tra il 1981 e il 1997 sono già oltre 83 milioni, circa un quarto della popolazione complessiva degli Usa, contro i 75,4 milioni dei nati tra il 1946 e il ’64. In base alle proiezioni dell’Ufficio del Censimento, entro il 2018 anche la Generazione X (1965-1980) completerà il sorpasso sui Boomer, figli del boom economico del Secondo Dopoguerra.

ll “duello” con la generazione dei Millennial è tuttavia più interessante, se si ragiona in ottica di consumi. Gli americani che nel 2018 compiranno tra i 21 e i 37 anni di età, infatti, rappresentano un segmento di popolazione tra i più penalizzati dall’onda lunga della crisi finanziaria. Ha avuto accesso con maggiori difficoltà al mondo del lavoro, spesso con livelli di reddito inferiori a quelli delle generazioni precedenti. Questo ha reso più faticoso il rimborso degli student loan, i prestiti ad honorem contratti per finanziare i costosissimi studi universitari, con inevitabili conseguenze anche sui consumi domestici, che rappresentano circa il 70% del PIL americano. Per anni, infatti, molti Millennial, in mancanza di un posto di lavoro,  hanno continuato a studiare e a vivere presso le famiglie di origine anche allo scopo di contenere i livelli di spesa e accantonare un po’ di risparmi. Il tasso di homeownership (la percentuale dei proprietari di case) è diminuito significativamente da circa il 70% nel 2004 al 63% nel 2016, gli affitti sono aumentati e il debito degli studenti è salito vertiginosamente da circa 600 Miliardi di dollari nel 2008 a 1,3 Trilioni di dollari nel 2017. Il tasso di partecipazione al mondo del lavoro da parte dei più giovani è diminuito notevolmente raggiungendo il minimo degli ultimi sessant’anni

 La buona notizia è che i Millennial sono tra i maggiori beneficiari di una duplice tendenza positiva: da un lato, il consolidamento della ripresa americana sta mettendo molti di loro nelle condizioni di emanciparsi più velocemente dalle famiglie di origine. Dall’altro lato, la traiettoria deludente dei salari ha ormai toccato il fondo, favorendo un generale benché graduale aumento del potere d’acquisto. Se è vero che questo fattore spaventa i mercati, perché alimenta i timori di un rialzo più vigoroso dell’inflazione, che potrebbe indurre la Federal Reserve a restringere aggressivamente le condizioni finanziarie, al tempo stesso sembra destinato a stimolare la domanda aggregata. In particolare in fasce della popolazione storicamente propense ai consumi – com’è nel caso dei giovani lavoratori -, ma a lungo scoraggiate da un contesto economico poco favorevole.

Così più recentemente il tasso di partecipazione al lavoro dei giovani americani con età compresa tra i 20 e i 24 anni sembra chiaramente aver invertito la sua tendenza, insieme con il tasso di homeownership. Per la prima volta da molto tempo, il reddito reale medio dei Millennial più maturi (25-34 anni) è tornato a salire e anche sul fronte dei debiti contratti dagli studenti si ritiene che non ci siano elementi di rischio sistemico, anche perché l’attenzione dei regolatori e delle autorità monetarie, dopo la grande crisi finanziaria, sulla solidità del sistema bancario è stata massima, anche a prezzo di più stringenti condizioni di accesso al credito. D’altro canto con la nuova amministrazione americana  sembra orientata ad alleggerire l’eccesso di regolamentazione creditizia e questo, in aggiunta al fattore demografico, favorisce  una ripresa più sostenuta della compravendite immobiliari e della costruzione  di nuove case, con effetti positivi a cascata sull’economia non solo statunitense.

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