Appare ormai un dato acquisito il rallentamento dell’economia globale, che nel 2019 dovrebbe attestarsi al 3% dal 3,6% del 2018, come conseguenza delle tensioni commerciali e della contrazione del manifatturiero. Tuttavia, i servizi, sempre più importanti in termini di incidenza sul PIL, si mostrano resilienti, sostenuti dalla riduzione della disoccupazione, in Europa come negli USA. Una dicotomia, quella tra andamento della manifattura e dei servizi, che appare evidente in Eurozona e che al momento protegge l’area dalla crisi, ma da cui è esclusa la Germania, dove vi è stato contagio dal manifatturiero all’intera economia.

L’indice PMI manifatturiero della Germania ha rilevato a settembre il nono calo mensile consecutivo a 41,44 contro il 43,5 di agosto, ed è, soprattutto, il record negativo dal 2009. È l’auto tedesca, in particolare, a crollare ed è stata in grado di contagiare anche i servizi: il PMI relativo a settembre ha registrato una diminuzione da 54,2 a 52,5, trascinando al ribasso anche il composite, che sintetizza i due indici precedenti e che per la prima volta è sceso sotto la soglia di 50 (che discrimina una condizione di crescita da una di contrazione). Il potere di contagio si estende all’intero Continente e in particolare alle economie, come quella italiana, con cui la Germania è interconnessa.

L’effetto sul PIL tedesco intanto è stato evidente già nel secondo trimestre: la variazione è stata negativa (- 0,1%), rispetto alla crescita dello 0,4% registrata nel trimestre precedente. L’unica nota potenzialmente positiva arriva dall’indice IFO, che misura la fiducia delle imprese e che, dopo cinque cali consecutivi, a settembre ha registrato un lieve rialzo a 94,6 dal 94,3 di agosto.

Un numero che da solo però non basta ad allontanare lo spettro della recessione tecnica per l’ex locomotiva d’Europa. La cui condizione testimonia peraltro la limitata efficacia della politica monetaria espansiva adottata dalla BCE in presenza di un livello dei tassi già molto basso. La Germania, a suo vantaggio, ha ampio spazio per attivare la leva fiscale auspicata per rilanciare la crescita dell’Eurozona dal presidente uscente Mario Draghi nel corso dell’ultima riunione della BCE.

Berlino potrebbe servirsi dell’espansione fiscale per stimolare la domanda interna e compensare il calo dell’export internazionale che è all’origine della sua crisi attuale, ma si tratterebbe di un cambiamento di paradigma per un’economia da sempre improntata al pareggio di bilancio e all’ottenimento di un surplus come prerequisito e non come conseguenza di un efficace funzionamento della stessa. Lo stesso codice costituzionale tedesco prevede il divieto di registrare un deficit strutturale che superi lo 0,35% del PIL.

Versione completa del Perspective – Ottobre 2019

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