Dopo molteplici annunci, le politiche monetarie delle principali banche centrali hanno segnato a marzo un cambio di passo, virando verso un approccio pragmatico e “data driven”, confortate da un’inflazione contenuta, per sostenere un’economia che tende a indebolirsi.

Da un lato la FED ha anticipato a settembre 2019 la fine del Quantitative Tightening e annunciato che porterà il bilancio a 3,5 trilioni di dollari dal picco di  4,5 trilioni raggiunto nel 2015-2016; dall’altro la BCE ha annunciato il nuovo TLTRO, che partirà a settembre e si concluderà a marzo 2021. Il nuovo programma di rifinanziamento delle banche avrà una durata di due anni. Entrambe le banche centrali non prevedono rialzi dei tassi: i dot plot della Fed segnalano che i membri del FOMC a larga maggioranza (11 su 17) si attendono un primo e unico rialzo solo nel 2020. Nel vecchio continente Mario Draghi ha usato toni misurati e cauti, escludendo movimenti nei tassi almeno fino a dicembre. La BCE ha anche tagliato le stime di PIL e inflazione per il 2019 rispettivamente all’1,1% dall’ 1,7% e all’1,2% dall’1,6%.

Ancora, la Banca Centrale del Giappone è attesa rimanere chiaramente espansiva, essendo l’unica delle maggiori banche centrali ad operare ancora una politica di QE (per un valore pari al 3,5% del PIL). E negli emergenti, la Banca Centrale della Cina ha iniettato liquidità e il calo dei prezzi alla produzione e al consumo, oltre le attese, le consentirebbe di ridurre i tassi se il rallentamento in atto dovesse ulteriormente accentuarsi, mentre quella dell’India aveva già tagliato i tassi innescando un trend che potrebbe essere seguito a breve dalle altre banche dell’area asiatica.

Versione completa del Perspective – Aprile 2019.

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