Nel mese di settembre un elemento di novità – potenzialmente negativo – era emerso sullo scenario economico mondiale. Il riferimento è al calo segnato dall’ISM non manifatturiero degli USA: un calo non estremo, perché l’indice è rimasto in territorio positivo, ovvero sopra la soglia che discrimina tra contrazione e crescita, ma significativo – anche alla luce del successivo recupero di ottobre – per almeno due ordini di ragioni.

In primo luogo, i servizi rappresentano il 75% circa del PIL locale e ne hanno fin qui sostenuto la crescita che ora è attesa rallentare dal +1,9% nel terzo trimestre anno su anno  a +1,7% nel quarto, rispetto al +2% registrato tra aprile e giugno. Inoltre, la trasmissione della debolezza dalla manifattura al settore terziario è una dinamica simile – anche se al momento molto più blanda – a quella osservata nei mesi scorsi in Germania, che ha visto la crisi dell’industria, soprattutto automobilistica, contagiare la stessa crescita del PIL. Tanto che il terzo trimestre si è chiuso con il segno meno, aprendo a prospettive altrettanto negative per la fine dell’anno.

Quello che sta accadendo in USA non è ancora un segnale di allarme e non prelude a una recessione, tanto più che il dato dell’ISM non manifatturiero di ottobre ha subito visto un recupero a 54,7 punti dai 52,6 del mese precedente (sotto al 56,4 di agosto). A ottobre, anche l’indice relativo all’industria ha registrato un miglioramento, da 47,8 punti a 48,3, un valore comunque inferiore a quanto stimato dal consensus degli analisti.

Numeri coerenti con l’indice della fiducia dei consumatori misurato dall’Università del Michigan, che registra un lieve aumento, e con i dati in arrivo dal mercato del lavoro: 128mila nuovi salariati a ottobre, meglio delle attese, tanto da essere annunciati immediatamente dal presidente Donald Trump come “eccezionali”. Tuttavia, si tratta di un valore che non basta a recuperare il gap con il 2018, quando la media mensile dei nuovi posti di lavoro era di 223mila contro i 167mila di oggi. Inoltre, il tasso di disoccupazione – che pure resta intorno ai minimi storici – ha registrato un lieve rialzo al 3,6% dal 3,5%.

Insomma, tutti i dati dell’ultimo mese segnalano, più che un’inversione di marcia, una sintonia con le motivazioni  dell’ultima mossa della Fed, che a fine ottobre ha tagliato i tassi per la terza volta dall’inizio dell’estate, avvisando però che seguirà una pausa in attesa che la visibilità sullo stato dell’economia aumenti.

Versione completa del Perspective – Novembre 2019

 

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