Nulla di fatto nel corso della riunione FED del 19 giugno: i tassi sono rimasti invariati nel range 2,25-2,50%. Il FOMC ha approvato la decisione per 9 voti a 1: un solo membro avrebbe voluto un taglio immediato. Ma dalle dichiarazioni del governatore Jerome Powell si evince che la banca centrale potrebbe tagliare i tassi anche prima del 2020 se le prospettive economiche dovessero peggiorare. La decisione attuale, così come l’apertura di Powell a misure sempre più accomodanti, erano ampiamente previste: i futures sui Fed funds indicavano una probabilità del 19% di tagli nel corso dell’ultima riunione e puntavano a quasi il 79% per la riunione del 31 luglio e al 94% per quella del 18 settembre. Nel complesso, al momento in cui scriviamo, la curva forward sconta una riduzione dei Fed Funds di 49 punti base entro il 30 ottobre 2019.

Si tratta di una politica coerente con quella intrapresa da inizio anno dalle maggiori banche centrali: a parte il Giappone, che non ha mai smesso di essere accomodante, la Cina ha immesso massicciamente liquidità per evitare un hard landing della sua economia.

Mentre negli Usa fin da gennaio Powell aveva interrotto il percorso di rialzo dei tassi e progressivamente iniziato a considerare di rimodulare il drenaggio di liquidità all’economia reale rispetto ai 50 miliardi di dollari mensili fissati a partire dallo scorso ottobre. D’altronde anche i livelli di inflazione supportano questa decisione: il target del 2% resta lontano e la PCE core, la misura preferita dalla banca centrale Usa, staziona anche all’1,6% secondo le ultime rilevazioni.

In Eurozona la BCE ha reso noti pricing attraenti per il TLTRO III, dichiarando di aspettarsi che i tassi d’interesse rimarranno sui livelli attuali “almeno fino alla prima metà del 2020”  e rivedendo al ribasso le stime di crescita per il 2020-2021 e mantenuto le stime d’inflazione sotto il target. Non solo: Draghi ha riferito che la BCE sta studiando misure da attuare in caso di circostanze avverse. E tra queste misure ci sono ulteriori tagli dei tassi e persino un nuovo QE. Ipotesi suffragata anche dai tassi forward dell’inflazione a cinque anni che sono all’1,22%, un livello prossimo ai minimi storici e addirittura inferiore a quello che nel 2015 rese necessaria la medesima misura di quantitative easing.

D’altronde la BCE non è riuscita nell’intento di raggiungere il suo target di inflazione del 2% nonostante abbia ampliato il suo bilancio fino a raggiungere il 40% circa del PIL dell’Eurozona.

Dunque tutto il mondo pare avviarsi, nuovamente, verso il taglio dei tassi: a fare da apripista sono state alcune banche centrali di Paesi Emergenti asiatici,  che potrebbero essere seguiti da altre nazioni dell’area specialmente nel caso di una ulteriore escalation delle tensioni commerciali.

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