Il quadro generale per il 2020 ci porta a prediligere, a livello geografico,  Europa e mercati emergenti, che segnalano migliori occasioni di investimento rispetto agli USA.

In generale l’Equity americano presenta valutazioni più care rispetto al Vecchio Continente, i Treasury non assolvono più in maniera efficace alla propria funzione di conservazione del capitale a causa di rendimenti prossimi allo zero e al dollaro che potrebbe  indebolirsi contro euro. Anche sul fronte corporate, le emissioni risultano più rischiose rispetto a quelle europee a parità di rating, perché maggiormente esposte al settore del petrolio e alle fluttuazioni delle quotazioni.

Per quanto riguarda il Vecchio Continente, la fine del 2019 ha visto distendersi, almeno temporaneamente, alcune tensioni che avevano nel corso dell’anno generato elevata volatilità sui mercati europei. Ma tutti quei fattori di rischio, che al momento appaiono sullo sfondo, vanno attentamente monitorati. Una Brexit no-deal o nuove elezioni in Italia che portino ad un governo gestito da partiti euroscettici potrebbero impattare negativamente e in maniera strutturale sulle prospettive di crescita e integrazione dell’Europa. Al momento, sembra delinearsi la dimensione di una Unione nuova e più coesa, con l’inizio del mandato di Christine Lagarde alla BCE, che ha ribadito la necessità di ricorrere a politiche fiscali in abbinamento con un mood monetario che resterà accomodante e con l’insediamento – pur se in ritardo di un mese sulla tabella di marcia – della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, possibilista sull’aumento della spesa pubblica, in particolare per investimenti green.

Ma la vera scommessa del prossimo anno potrebbero essere i mercati emergenti, soprattutto in caso di allentamento delle tensioni commerciali. L’allentamento delle tensioni commerciali, se confermato, avrebbe un effetto  di miglioramento delle prospettive, in particolare per la Cina. Tuttavia, i dissidi tra Trump e Xi rimangono difficili da risolvere in maniera definitiva in tempi brevi, pertanto l’impatto negativo sulla fiducia delle imprese, sugli investimenti e sulla crescita potrebbe continuare a essere sottovalutato. L’ago della bilancia potrebbero essere, ancora una volta, le elezioni americane del 2020. Secondo l’American Farm Bureau, nel 2018 la Cina ha più che dimezzato le importazioni di prodotti agricoli statunitensi a 9,1 miliardi di dollari rispetto ai 19,5 miliardi di dollari del 2017. I maggiori Stati produttori di soia – Iowa e Illinois, dove sono concentrati gli elettori di Trump – sono anche i più colpiti dallo scontro commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina. Una dinamica di cui il presidente dovrà tenere conto. Nel frattempo, la banca centrale cinese (PBOC) è impegnata in una politica monetaria prudente e accomodante per evitare un rallentamento marcato dell’economia: gli stimoli monetari e fiscali di Pechino sono mirati a mantenere il range di crescita del PIL tra il 6% e il 6,5% nel 2020.

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