L’economia globale si avvia a vivere il periodo di maggiore incertezza degli ultimi dieci anni. A darne misura scientifica è l’Economic Policy Uncertainty Index, un progetto di tre professori di università USA (Northwestern University, Stanford University e University of Chicago). L’indice è costruito sulla base di tre componenti: la copertura giornalistica dell’incertezza sulla politica economica, il numero di disposizioni fiscali federali in scadenza che potrebbero non essere rinnovate (una proxy dell’incertezza fiscale) e il livello di disallineamento delle previsioni economiche degli enti accreditati, che indica scarsa visibilità sul fronte economico.

Il 31 maggio questo indice si attestava su un livello di 340 punti base: a settembre 2008 – a ridosso del fallimento di Lehman Brothers – era poco sotto i 200 punti, e lo scorso novembre quotava circa 350 punti – complici i messaggi discordanti di Trump sulla guerra commerciale e le tensioni politiche in Europa per la Brexit senza soluzione e i timori crescenti di Italexit. Ovvero, tutti gli elementi che ancora tengono la congiuntura globale con il fiato sospeso, a prescindere dalle soluzioni di breve termine che potranno essere adottate.

La tregua segnata nel corso del G20 di Osaka di fine giugno non implica la fine delle tensioni nelle relazioni commerciali tra Donald Trump e Xi Jinping. Una sorta di “guerra fredda” potrebbe durare almeno fino alle elezioni presidenziali USA di novembre 2020, perché sia i candidati presidenziali repubblicani che quelli democratici sono favorevoli a un duro confronto con la Cina. E questa guerra commerciale, per quanto sottotraccia, avrà un inevitabile impatto sulle catene di fornitura globali.

La situazione non è meno preoccupante nel Vecchio Continente, anche se al momento pare scongiurato l’avvio da parte dell’Ecofin della procedura di infrazione contro l’Italia. Si tratta, tuttavia, soltanto di una dilazione temporale che non elimina il rischio per il nostro Paese e che ha un impatto sull’intera UE, coinvolgendo la seconda manifattura del Continente. Inoltre, in Gran Bretagna, dopo le dimissioni di Theresa May, gli investitori temono possa essere eletto un leader del Partito Conservatore sostenitore della Hard Brexit con maggior rischio di no-deal, anche se lo scenario più probabile resta quello di una estensione dell’articolo 50 oltre la scadenza del 31 ottobre 2019.

Versione completa del Perspective – giugno 2019

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