Mentre comincia ad allentarsi l’emergenza Covid-19, il mondo deve tornare a fare i conti con un nuovo surriscaldamento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina. La rilevanza di questa rinnovata fase di scontro tra le due potenze mondiali è che ora il duello non si limita al solo tema della “guerra commerciale” ma trova alimento in ulteriori fronti.

Certo, le questioni economiche restano centrali. Il piano strategico “Made in China 2025”, lanciato con forza da Pechino pronta a investirci oltre 300 miliardi di dollari, punta a far superare all’economia cinese il ruolo di semplice “fabbrica del mondo” – legata quindi a produzione di beni a scarso valore aggiunto o di bassa qualità – e di farle assumere una posizione dominante su settori rilevanti e ad alto valore aggiunto come robotica, information technology, 5G, aerospaziale, semiconduttori, e simili. Una mossa che risulta di fatto una sfida diretta alla supremazia finora avuta in questi campi dagli USA e che arriva giusto in un momento in cui si diffonde un sempre maggior orientamento a favore del protezionismo da parte dell’amministrazione Trump.

A peggiorare il clima di fondo si è inserito negli ultimi mesi il Covid-19, dichiarato una pandemia, con epicentro appunto in Cina. Proprio il suo impatto recessivo diffuso su tutte le economie mondiali ha causato come reazione una ventata di deglobalizzazione e regionalizzazione che sta soffiando altro fuoco sulle tensioni tra Washington e Pechino.

La Casa Bianca in effetti si sta dimostrando molto sensibile alla frenata economica causata dalla lotta al coronavirus. Il tema della gestione della pandemia si inserisce nella sempre più dura campagna elettorale per le presidenziali americane in agenda il prossimo novembre. L’Amministrazione Trump ha puntato il dito sulle responsabilità di Pechino nella diffusione del virus e nello scoppio della pandemia, e sta esercitando pressioni sugli asset manager per disinvestire dalle aziende cinesi quotate in America che non rispettano i diritti umani. Ancora di più ha fatto il Senato USA decidendo di delistare le aziende cinesi che non si sottopongono alle revisioni contabili.

Per ora la guerra economica tra i due Paesi resta tenuta sotto controllo dagli accordi di Fase 1 sottoscritti da Stati Uniti e Cina sul finire dello scorso anno. C’è la consapevolezza che un annullamento dell’intesa già raggiunta provocherebbe uno scossone economico e finanziario che almeno nel breve termine nessuno ha interesse di promuovere per non mettere in crisi la fragile ripartenza dell’economia mondiale.

Sullo sfondo però stanno emergendo altri motivi di tensione a mettere sotto pressione la tenuta dell’intesa firmata neanche troppi mesi fa. In primis, il fronte geopolitico. La Cina ha scelto di tornare a essere più aggressiva e più protagonista attiva nei confronti delle questioni interne di Hong Kong, arrivando anche ad estendere le sue pressioni verso Taiwan e India. Le contromosse americane fino a questo momento sono sembrate volutamente contenute. Si stanno infatti limitando a misure e sanzioni restrittive di portata ridotta, come la rimozione di Hong Kong dalla lista di Paese a statuto speciale.

Sui mercati però sono evidenti segnali di quanto nervosismo stanno provocando queste nuove tensioni. Gli effetti maggiori in questo momento si vedono su quello dei cambi. La valuta cinese, chiamata yuan o renminbi, è sempre più sotto pressione a fronte di un parallelo apprezzamento del dollaro e di altre valute considerate un rifugio sicuro come il franco svizzero o lo yen giapponese. Un nervosismo ben visibile nella dinamica delle quotazioni del cambio renminbi/dollaro che sottolinea quanto sia percepito come elevato dal mercato il livello di scontro oggi tra USA e Cina.

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Perspective Giugno 2020

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