Tassi di interesse negativi – o al limite dello zero – a causa di una crescita che langue e dell’inflazione che non riparte. Il “New Normal” prende chiaramente forma e spinge le banche centrali verso una nuova stagione di espansione monetaria.

L’autunno si apre, così, consolidando alcuni trend in atto da inizio anno. Il rallentamento della crescita globale, che è attesa attestarsi al 3% a tutto il 2019 dal 3,6% del 2018, la moderata inflazione core, ben al di sotto della soglia del 2% sia in Europa sia in USA, e l’elevata incertezza politica generata dalla trade war infinita tra Cina e USA nonché dall’incerta conclusione della Brexit.

Le banche centrali hanno scelto di non stare a guardare. E, come da attese, nel meeting del 18 settembre, la FED ha tagliato di 25 punti base i Fed Funds, portando il target range tra l’1,75% e il 2%, ma le indicazioni dei membri del Comitato Fed del Mercato Aperto – il cosiddetto Dot Plot – evidenziano che 10 membri su 17 non prevedono ulteriori tagli prima della fine del 2019.

Previsioni che potrebbero essere smentite, se il rallentamento globale e quello USA si dovessero accentuare, come suggerito della curva forward. L’ipotesi che il rallentamento sia più forte del previsto non è  da escludere, considerando che i segnali di recessione si moltiplicano: la curva dei rendimenti USA tra due e dieci anni in agosto si è  invertita. E anche il mercato del lavoro, pur restando il tasso di disoccupazione sui minimi, mostra una frenata: nell’ultimo trimestre i nuovi posti di lavoro sono cresciuti al ritmo di 140.000 al mese, da 200.000 nel 2018.

La BCE, dal canto suo, ha tagliato, per la prima volta dal 2016, il tasso sui depositi, con tiering per le banche, un cuscinetto che esenterà dai tassi negativi la parte delle riserve in eccesso che gli istituti di credito parcheggiano presso la Banca centrale.  Più importante, la BCE ha deciso di riattivare, a partire dal primo novembre, gli acquisti di titoli di Stato e corporate per 20 miliardi di euro al mese. Non ha fissato una scadenza precisa, ma condiziona la sua azione al pieno raggiungimento del target di inflazione al 2%. Mario Draghi ha lasciato, di fatto, la presidenza, auspicando politiche fiscali espansive.

Anche l’Asia ha agito sulla stessa scia, e la Cina è pronta a tagliare i propri tassi ufficiali.  Potrebbe farlo entro fine anno, per evitare un rallentamento marcato della crescita. Il segnale chiaro è stato, lo scorso 16 settembre, il taglio di 50 punti base, al 13%, del requisito di riserva obbligatoria per le banche – ovvero la quota di depositi che deve essere obbligatoriamente detenuta in forma di riserva. Infine, in Giappone la Banca centrale (BOJ) si manterrà espansiva per controbilanciare un possibile rallentamento della crescita, dopo l’entrata in vigore in ottobre del rialzo delle aliquote IVA.

Versione completa del Perspective – Ottobre 2019

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