Il rischio politico globale mostra segnali di distensione. In Europa, sono sfumate al momento le probabilità di una Brexit senza accordo dopo che, per la prima volta dal referendum del 2016 per il Leave del Regno Unito dall’UE, la Camera dei Comuni britannica ha votato favorevolmente all’accordo siglato tra Boris Johnson e l’Europa, che ha dunque accettato di concedere un’ulteriore estensione dell’articolo 50 fino al 31 gennaio 2020. Sull’altra sponda dell’Atlantico, la trade war è giunta a una nuova fase di tregua, nell’attesa del mini-deal tra Donald Trump e Xi Jinping. Nell’attesa che questa “Fase 1” della pace commerciale si concretizzi, gli USA hanno sospeso l’aumento dei dazi, previsto il 15 ottobre, dal 25% al 30% su merci cinesi per un controvalore di 250 miliardi di dollari, mentre la Cina ha promesso acquisti di prodotti agricoli per circa 40-50 miliardi nel giro di due anni. Trump sarebbe propenso a rimuovere anche le tariffe che dovrebbero entrare in vigore a dicembre per un ammontare stimato in 24 miliardi di dollari.

Si tratta, in ogni caso, solo di una calma apparente, in quanto entrambe le vicende, che da anni tengono la congiuntura mondiale con il fiato sospeso, sono in divenire.  L’attuale distensione non è sufficiente al momento a  invertire il trend dell’economia, che conferma di essere in decelerazione: il Fondo Monetario Internazionale ha di recente rivisto al ribasso al +3% il PIL globale nel 2019 rispetto al +3,6% segnato nel 2018.

Continuiamo a ritenere che questo rallentamento non preluda a una recessione: ne troviamo conferma anche nei Leading Indicators OCSE, che indicano stabilizzazione nei Paesi Sviluppati e recupero in alcuni importanti Emergenti (Cina, Brasile, Russia, Messico, Sudafrica).

Le banche centrali da entrambi i lati dell’Atlantico rimangono espansive: con l’ultimo taglio dei tassi a fine ottobre, la FED ha portato i Federal Funds a 1,50%-1,75% annunciando di fatto che si tratta dell’ultima azione di stimolo in assenza di ulteriori cambiamenti significativi nell’outlook. In Europa, Mario Draghi ha lasciato la presidenza della BCE facendo intendere che l’allentamento monetario sia arrivato al limite – un limite a cui gli effetti negativi degli stimoli monetari rischiano di essere superiori a quelli positivi – indicando la necessità di procedere sul piano della politica fiscale per sostenere le economie del Vecchio Continente.

Versione completa del Perspective – Novembre 2019

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