La data del primo gennaio 2021 si avvicina velocemente, ma Gran Bretagna e Unione Europea non hanno ancora trovato la quadra per un accordo condiviso sui termini della Brexit. È questa infatti la scadenza entro la quale le due parti devono siglare un’intesa sui termini per garantire un addio non traumatico di Londra dalla UE. Le ultime notizie parlano di una ripresa dei negoziati per arrivare ad un accordo entro metà novembre. Ma cosa succederebbe invece in caso di  “no deal” che implicherebbe il concretizzarsi di una cosiddetta “Hard Brexit”? Cosa porterebbe con sé un’uscita incontrollata e non regolamentata di Londra dalla UE?

In questo caso, dato che Regno Unito e UE faranno ancora parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), all’esportazione e importazione delle merci si applicheranno le regole della stessa WTO, che, in assenza di un accordo di libero scambio, si basano sull’applicazione del principio della “nazione più favorita”. Ciò significa che un Paese applicherà a tutti gli altri membri del WTO, per ciascun prodotto, le migliori condizioni commerciali che applica a un determinato Paese.

Questa regola, però, applicata nel caso di “Hard Brexit” avrebbe implicazioni negative. Porterebbe condizioni commerciali peggiori rispetto alla situazione attuale sia per il Regno Unito che per l’UE, in quanto entrambi oggi fanno parte della stessa Unione doganale dell’UE che applica tariffe zero senza contingenti. Di conseguenza, il commercio tra Regno Unito e UE sarà soggetto a tariffe, dazi, quote, con una serie anche di costi indiretti. Ciò si tramuterebbe in prezzi più alti per i consumatori, margini più bassi per le imprese, adeguamenti dei volumi e, in qualche caso estremo, perdite di posti di lavoro.

Dal nostro punto di vista, l’impatto negativo sarebbe  molto più elevato per il Regno Unito che per l’UE. Infatti, il Regno Unito è il terzo partner commerciale dell’UE dopo Stati Uniti e Cina, mentre l’UE è di gran lunga il primo partner commerciale per il Regno Unito. Secondo le stime, inoltre, due terzi delle esportazioni del Regno Unito verso l’UE saranno soggetti a tariffe. D’altra parte, anche qualora l’impatto economico negativo possa essere gestito, l’UE perderà un partner cruciale per il progetto europeo, dato che il Regno Unito rappresenta il 13% della popolazione UE e il 15% del PIL UE. Sarebbe anche un chiaro danno di “immagine” e un colpo alla rappresentatività internazionale.

Tuttavia, per i mercati finanziari e gli investitori, potrebbero aprirsi nel medio periodo prospettive da monitorare con attenzione. Alla luce di tutte le ragioni economiche e politiche citate sopra, attribuiamo una buona probabilità all’avvio di un ciclo di negoziati molto più proficuo nei prossimi mesi. Una volta che gli effetti negativi inizieranno a colpire consumatori e aziende del Regno Unito, per il governo britannico diminuirà il “costo politico” di non avere una linea di condotta intransigente nei confronti dell’UE. Riteniamo che questo ridurrà il livello di conflittualità delle negoziazioni: aprire la strada a un “qualche tipo di accordo” è sempre preferibile a una mentalità basata sul “No Deal”. A nostro avviso, se nei prossimi mesi le azioni europee dovessero risentire negativamente della saga Brexit e attraversare una fase di volatilità e di correzione dei prezzi, gli investitori dovrebbero considerare tali movimenti come un’opportunità di acquisto a medio termine.

TAGS:

mercati, scenari