Il prossimo sarà un anno in lieve miglioramento pur senza fuochi di artificio per l’economia mondiale. Complice una serie di fattori economici e monetari, tra cui la ripresa del settore manifatturiero e quella in generale dei Paesi Emergenti, la crescita del Pil globale procederà a un tasso che si attesterà nella forchetta compresa tra il +3,2% e il +3,4%.

Seppure in un quadro in lieve miglioramento non vanno sottovalutati i rischi politici (tensioni post-elezioni negli USA, crisi di governo in Italia, “Hard Brexit”, elezioni in Francia e Germania) che continueranno a rimanere alti nel corso dell’anno. Tuttavia, come nel caso della Brexit, le reazioni disordinate possono creare delle opportunità sui mercati finanziari che dovranno essere colte in un’ottica tattica di breve/medio periodo. In un’ottica di lungo termine il populismo e protezionismo stanno rendendo concreto il rischio di un ritorno alla de-globalizzazione e alla riduzione del commercio globale, penalizzando i tassi di crescita della congiuntura e aumentando l’inflazione globale.

 

Stati Uniti ed Europa: due strade opposte

Entrando più nel dettaglio, dal punto di vista geografico ci saranno delle evidenti differenze. Gli Stati Uniti accelereranno il passo (+2% – 2,2%) grazie ai consumi privati, alla ripresa degli investimenti e al venir meno dell’effetto restrittivo del ciclo delle scorte, che ha penalizzato la crescita dell’economia nel 2015 e 2016. Una politica monetaria più restrittiva sarà accompagnata da una politica fiscale più espansiva. Nel caso in cui la politica fiscale di riduzione delle tasse e di rilancio degli investimenti pubblici di Donald Trump, il presidente eletto, trovasse piena attuazione il tasso di crescita dell’economia USA e l’inflazione risulteranno più elevati.

Se gli Stati Uniti spingono sull’acceleratore, il Vecchio Continente in confronto batte in ritirata. In Europa c’è da attendersi un tasso di crescita marginalmente più basso (+1,3% – 1,5%) rispetto al 2016, perché lo stimolo derivante dal basso prezzo del petrolio è destinato ad affievolirsi. La domanda domestica rimane il motore principale della crescita mentre la fiducia delle imprese è in ripresa, soprattutto in Germania. Tuttavia il rischio politico (crisi di governo in Italia, Hard Brexit, elezioni in Olanda, Francia and Germania) è destinato a rimanere elevato.

Infine, un discorso a parte merita il Giappone. Tokyo vedrà una crescita in modesta ripresa (+0,8%) grazie agli stimoli fiscali annunciati nell’agosto del 2016 per un controvalore di 13,5 trilioni di yen (pari al 2,7% del Pil), i 2/3 dei quali sono destinati alla spesa per infrastrutture e per la ricostruzione e prevenzione dei terremoti.

 

Si amplierà anche il gap tra emergenti e sviluppati

Complessivamente, il divario di crescita tra Paesi Emergenti e Paesi Sviluppati dovrebbe tornare a riallargarsi nel 2017, perchè Stati di grande caratura come il Brasile e la Russia usciranno dalla recessione. Diverso il discorso in ambito di politiche monetarie: pur rimanendo espansive nel loro complesso, diventeranno gradualmente più restrittive in Usa (Fed) e più flessibili altrove (BoJ, BCE). La politica fiscale verrà riscoperta per stimolare la bassa crescita dei Paesi industrializzati, ma la sua implementazione richiederà tempo e una certa adattabilità da parte delle autorità politiche.

Nella prima metà del 2017 è lecito aspettarsi una continuazione sia del trend al rialzo dei rendimenti di lungo periodo delle obbligazioni governative, sia dell’irripidimento della curva obbligazionaria in conseguenza di un graduale rialzo dell’inflazione. Tale fenomeno è dovuto principalmente a un confronto più sfavorevole con i prezzi del petrolio e, negli Stati Uniti, a un inizio di pressioni salariali unito ai possibili effetti della politica fiscale “generosa” di Trump.

 

Banche centrali in ordine sparso nel 2017

Per quanto riguarda la Federal Reserve, quest’ultima è ormai prossima a raggiungere il suo target di piena occupazione e di inflazione, mentre il problema del basso tasso di crescita è legato alla crescita insoddisfacente della produttività e al rallentamento della crescita della popolazione in età lavorativa. La Fed potrebbe alzare i tassi nel dicembre 2016 e mantenere un atteggiamento pragmatico. L’aumento delle aspettative d’inflazione, anche in conseguenza dei possibili effetti della politica fiscale di Trump, metterà a dura prova il gradualismo della Fed ma il rafforzamento del dollaro e il rialzo dei rendimenti di lungo periodo potrebbero aiutarla.

In controtendenza la Banca centrale europea, la quale è chiamata a intervenire nuovamente. Si stima che nella riunione dell’8 dicembre 2016, Mario Draghi amplierà di almeno 6 mesi, fino al settembre 2017, il programma di acquisto di titoli obbligazionari (quantitative easing) che procede al ritmo mensile di 80 miliardi di euro, eventualmente elevando il limite di acquisto per singola emissione attualmente pari al 33%. Tuttavia le cose sono destinate a cambiare nel 2017, che sarà probabilmente considerato l’anno in cui la BCE inizierà a ridurre gli acquisti di titoli governativi (“tapering”), attesa che fin d’ora sta creando volatilità sui mercati.

Sempre sotto il profilo delle politiche monetarie, la Banca centrale del Giappone si focalizzerà piuttosto sul controllo dei rendimenti di lungo periodo ma avrà spazio, considerando che il tasso d’inflazione si mantiene ben al di sotto del suo target, per un ulteriore abbassamento dei tassi in caso di rallentamento economico.

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