Le aziende familiari, alle prese con Pir e passaggio generazionale, si confermano campioni di crescita. Lo scorso novembre 2016 è stata presentata l’ottava edizione dell’Osservatorio AUB dedicato alle aziende familiari da AIdAF, UniCredit e Bocconi. Al termine del primo trimestre del 2017 facciamo il punto sulle nuove tendenze in atto, riscontrate dai nostri responsabili per l’Osservatorio.

 

Sta emergendo qualche nuova tendenza tra le Pmi rispetto all’ultima edizione dell’Osservatorio?

In primo luogo bisogna segnalare alcune conferme positive. Infatti, in termini di crescita, i dati mostrano come nel periodo di osservazione (2007-15) le aziende familiari abbiano registrato un trend di crescita più elevato rispetto alle altre tipologie di aziende, soprattutto nell’ambito di quelle di medie e grandi dimensioni: fatto 100 il fatturato 2007, quello del 2015 è pari a 145,2 per le familiari e 131,8 per le non familiari. In termini di performance reddituale, tra le aziende familiari di medie e grandi dimensioni permane un gap positivo di redditività operativa (ROI) di oltre 1 punto rispetto alle non familiari: sia i dati di ROI che di ROE mostrano tassi di redditività in crescita nel 2015 rispetto ai livelli del 2014, con un ritorno quasi ai livelli pre-crisi (2007).

Nell’ottava edizione dell’Osservatorio vengono presentati per la prima volta i modelli che hanno caratterizzato le aziende familiari di successo presenti nel nostro Paese e identificate le 200 aziende familiari “Benchmark” che hanno mostrato performance economico-finanziarie superiori alla mediana del proprio settore. Le aziende Benchmark si concentrano nel Nord est, in particolare nel Veneto, e sono in prevalenza aziende manifatturiere. Sono più internazionalizzate delle altre e hanno presidi in un maggior numero di Paesi. Inoltre, hanno fatto più crescita per linee esterne e quindi più acquisizioni. Nel modello di governo, le strutture non sono così omogenee:

  • in prima generazione il fondatore è in grado di favorire il successo dell’azienda con qualsiasi modello;
  • nelle generazioni successive solo l’apertura del CdA e della leadership, uniti alla giovane età del leader, possono favorire la crescita dell’azienda.

Il successo è altresì possibile con un modello “chiuso” ai non familiari, ma soltanto in contesti aziendali di dimensioni limitate. Quindi, le aziende familiari che nutrono forti aspirazioni per la crescita devono necessariamente iniziare a lavorare sui processi di apertura del governo dell’impresa.

 

Pensate che i Piani individuali di risparmio (Pir) possano portare concreti vantaggi al mondo delle Pmi?

Alla base della disciplina sui Pir c’è la volontà di canalizzare il risparmio privato al sostegno della crescita economica delle Pmi, in modo stabile e duraturo, facilitando nel contempo la possibilità per il mondo imprenditoriale italiano di accedere a canali alternativi di reperimento delle risorse. L’obiettivo è, infatti, quello di indirizzare il risparmio delle famiglie (che secondo le stime della Banca d’Italia, ammonta a circa 3.800 miliardi di euro), attualmente concentrato sulla liquidità, verso gli strumenti finanziari di imprese industriali e commerciali italiane ed europee radicate sul territorio italiano che potranno basare il loro sviluppo su nuove forme di ricorso al mercato di capitali rispetto a quelle di tipo tradizionale Lo strumento per realizzare questo obiettivo è, appunto un significativo incentivo fiscale per i risparmiatori, tanto a livello di imposte sui redditi che di successione.

Nei fatti, il mercato delle 77 quotate sull’Aim (segmento che ha quattro anni di vita ed è dedicato alle Pmi che vogliono investire nella loro crescita con un processo di quotazione più semplice e meno oneroso), con l’avvio del provvedimento che ha dato il via libera ai Pir registra un andamento positivo (+11%).

 

Qual è la principale leva di crescita delle Pmi italiane oggetto dell’osservatorio?

Dai dati dell’Osservatorio emerge una certa difficoltà da parte delle aziende familiari nel portare avanti strategie di crescita per linee esterne: solo il 5,5% delle aziende familiari con fatturato superiore a 20 milioni di euro ha effettuato almeno un’acquisizione tra il 2000 e il 2015, contro l’8% delle aziende non familiari. La percentuale di aziende “Acquiror” aumenta in modo significativo al crescere della dimensione aziendale. Tuttavia le aziende familiari mostrano una maggiore propensione verso operazioni cross-border (Italia su estero): il 45% delle acquisizioni effettuate nel periodo 2005-2015 dalle aziende familiari ha avuto come target un’azienda estera, contro il 27% delle aziende non familiari. Le aziende familiari che hanno effettuato deal in business diversi da quello di appartenenza sono passate dal 48,3% al 55,5% con l’avvio della crisi, mentre nelle aziende non familiari tale percentuale è rimasta stabile intorno al 48%. Pertanto, un maggior numero di aziende familiari ha attuato un percorso di diversificazione tramite operazioni di crescita per linee esterne.

Quindi, nonostante la crescita per linee esterne sia stata implementata da un numero molto limitato di aziende, i dati dell’Osservatorio indicano come le aziende familiari che hanno fatto acquisizioni siano cresciute più di quelle che hanno intrapreso un percorso di crescita puramente organica: le acquisizioni sono, dunque, una leva in grado di assicurare un trend di sviluppo superiore rispetto ad una crescita interna.

 

Come viene gestito il passaggio generazionale all’interno delle Pmi?

Nella maggior parte dei casi avviene con gli strumenti giuridici più tradizionali dell’ordinamento italiano, il testamento e le donazioni. Tuttavia viene sempre più adottato il patto di famiglia che è il contratto con cui l’imprenditore trasferisce l’azienda (ovvero una partecipazione) a uno o più discendenti: l’istituto viene incontro all’esigenza di stabilizzare il trasferimento nel tempo e, contemporaneamente, di salvaguardare i diritti riservati agli eredi legittimari e questo è molto utile nei casi di complessità familiare caratterizzata da figli interessati e altri estranei all’attività imprenditoriale. In qualche caso il passaggio generazionale è anche l’occasione per razionalizzare la struttura societaria o finanziaria del gruppo: si tratta allora di porre in essere operazioni straordinarie (family buy out o scissioni) oppure creare società holding funzionali a un migliore governo del patrimonio industriale.

Vedi anche “Quando l’impresa è una questione di famiglia”

Scarica l’ottava edizione dell’Osservatorio

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