Il risultato della tornata elettorale italiana è stato in linea con il voto sulla Brexit: bocciatura della linea del governo con le dimissioni del Premier. Sui mercati volatilità contenuta in attesa delle tanto attese riforme.

Nonostante la vittoria del “no” al referendum i mercati finanziari non hanno penalizzato l’Italia, al contrario di quanto pronosticato da molti analisti. Lo spread tra Btp e Bund è rimasto sostanzialmente stabile in area 150 punti, dopo essere cresciuto nelle settimane precedenti il voto. L’impatto dell’esito del referendum sui titoli di Stato italiano è stato sin qui contenuto e complessivamente inferiore al previsto. Di fatto, con una Bce pronta a intervenire a sostegno dei titoli del debito italiano, è difficile ipotizzare un attacco della speculazione come già avvenuto in passato.

In prospettiva però l’Italia rischia di rimanere ancora a lungo un osservato speciale alla luce del rischio di una prolungata fase di incertezza politica.

Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha rassegnato le dimissioni come promesso, dopo essersi esposto in prima persona sulla riforma della costituzione. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo le dimissioni di Renzi, dovrebbe seguire la via del governo di scopo a guida del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan (si fanno anche i nomi di Pietro Grasso, Romano Prodi e Enrico Letta).

L’esito del referendum potrebbe dunque frenare almeno fino al 2018 il processo di riforme economiche e istituzionali, lasciando l’economia italiana senza una guida precisa nel 2017. Le principali variabili da monitorare saranno il tasso di disoccupazione e il debito pubblico che veleggiano intorno ai massimi storici, per i quali ci vuole una guida attenta al fine di riportarli a livelli più accettabili.
Non appare invece a rischio la legge di Stabilità. Manca solo il voto del Senato e, fino ad avvenuta approvazione, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ‘congelato’ le dimissioni del premier. L’Eurogruppo ha però chiesto all’Italia degli interventi correttivi alla manovra la cui adozione potrebbe essere più problematica nel contesto attuale di transizione.

 

Rimane il nodo delle banche italiane

Tra i temi più spinosi sulla scrivania di Palazzo Chigi c’è quello delle banche. Il rischio per il Monte dei Paschi, l’istituto più in difficoltà, è di non riuscire a reperire le risorse private necessarie per l’aumento di capitale. Esiste comunque un piano B per evitare una situazioni di crisi dell’economia italiana. Nel caso in cui la ricapitalizzazione di Mps non vada a buon fine, il Tesoro (primo socio con una quota di capitale del 4%) potrebbe aumentare la sua quota azionaria. Stando alle indiscrezioni, il ministero dell’Economia e delle Finanze avrebbe chiesto alla Commissione Europea la possibilità di salvare in questo modo la banca più antica del mondo.
Per quanto riguarda la cessione dei crediti in sofferenza dell’intero sistema bancario, le cifre sono elevate (circa 200 miliardi di euro) in termini assoluti, ma non in proporzione agli attivi di portafoglio. Per un investitore straniero è solo questione di prezzo: c’è disponibilità a comprare i non-performing loans ma a valori bassi. In conclusione la ricapitalizzazione delle banche italiane è un problema di regole e non di risorse finanziarie a disposizione, visto che ogni mese la Bce acquista titoli obbligazionari per 80 miliardi di euro nell’ambito del piano di quantitative easing, il doppio di quanto servirebbe per ricapitalizzare le banche italiane. A Piazza Affari il settore sembra avere già scontato gli scenari più pessimistici.

La strada delle riforme

In Italia rimangono riforme importanti da portare avanti. Sia sul piano politico che economico. Alla guida del governo per il dopo Renzi c’è bisogno di un interlocutore affidabile, che abbia l’autorevolezza per mettere attorno al tavolo le diverse forze politiche. È molto difficile che si vada al voto con la legge elettorale denominata Italicum. Un nuovo governo entro Natale sarebbe una bella notizia per i mercati, ma non solo.

Gli scenari più accreditate sono tre:

  • il primo è legato ad un governo di transizione, in grado di mettere a punto le riforme istituzionali più importanti, tra cui la modifica della legge elettorale. E’ l’alternativa che piace ai mercati;
  • il secondo è quello di un governo che riesca a traghettare il Paese fino alla fine della legislatura, riprendendo a grandi linee il percorso politico indicato dall’esecutivo Renzi;
  • il terzo è che le personalità politiche incaricate dal presidente della Repubblica di formare un nuovo governo falliscano. In tal caso si potrebbe andare al voto a giugno 2017 con la legge elettorale attuale. È lo scenario più temuto dai mercati finanziari.

In tutti i casi, per i listini c’è da aspettarsi una lunga fase di volatilità nel 2017, anno in cui anche Francia e Germania sono chiamate a elezioni. Sarà un anno di transizione per l’Europa e, come si è capito dalle ultime tornate elettorali, l’esito di un voto non è pronosticabile.

TAGS:

mercati