Nelle ultime settimane lo spread btp/bund si è riportato su livelli che non si vedevano dal 2014. Gli investitori sono preoccupati dalle prossime tornate elettorali e dalle tensioni sui conti pubblici

 

Febbre da spread, cosa succede sui mercati

Torna alta la tensione sui mercati finanziari italiani. Lo spread, ovvero il differenziale di rendimento tra il titolo di Stato italiano a 10 anni e il decennale tedesco, lo scorso 7 febbraio ha superato quota 200 punti, livelli che non si vedevano dal 2014. A spingere in alto il differenziale è una serie di fattori, a cominciare dai rinnovati timori sulla tenuta dell’area euro in caso di Frexit (ovvero l’uscita della Francia dall’Eurozona). L’ipotesi è stata lanciata da Marine Le Pen, la leader del Front National, partito in ascesa nelle intenzioni di voto dei francesi in vista delle elezioni che si terranno in primavera. Si tratta di una possibilità remota ma si è subito tradotta in una riduzione dell’esposizione al debito sovrano europeo da parte degli investitori. La paura è che il progetto europeo possa saltare e i mercati sanno che, in tal caso, le economie periferiche (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) sono quelle che ne risentirebbero di più. In Italia la situazione è aggravata dall’incertezza politica, con la possibilità di elezioni anticipate, dalla precarietà del comparto bancario e dal continuo confronto con l’Unione Europea sul fronte dei conti pubblici.

 

In Italia spesa per interessi in crescita se lo spread rimane in area 200

A preoccupare gli investitori anche la tenuta dei conti pubblici italiani. Secondo il centro studi Unimpresa, se lo spread rimanesse in area 200 punti, nel biennio 2017-2018 l’Italia rischierebbe di “bruciare” 20 miliardi di euro in piú in interessi da pagare rispetto quanto previsto nel Documento di economia e finanza del governo. Nel Def si prevede, per il 2017/18 una spesa per interessi tra 62 e 63 miliardi di euro l’anno, sostanzialmente in linea con i 68 miliardi del 2015 e i 66,4 miliardi di euro del 2016, quando lo spread ha oscillato tra i 96 punti di gennaio e i 156 di dicembre. Con uno spread superiore le stime andrebbero riviste al rialzo. Inoltre nel 2017 vanno rinnovati debiti per complessivi 306,7 miliardi, 277,03 miliardi a tasso fisso e 29,7 miliardi a tasso variabile.

 

Le conseguenze per i risparmiatori

Per ora sembrano scongiurati effetti immediati per i risparmiatori. In un’intervista al quotidiano La Repubblica, l’economista Giacomo Vaciago ha detto che “i livelli attuali (dello spread ndr) non sono drammatici. Il risparmiatore italiano è un animale paziente, affezionato alle sue posizioni e per fortuna non le cambia velocemente. Anche durante la bufera del 2011, la massa del risparmio non si è spostata. Allora era soprattutto panico sulla tenuta del Paese. Ora basta Le Pen, Salvini o Grillo. Che si aggiungono a tutti i nodi dell’Ue incompiuta. Gli speculatori cercano di guadagnare con gli arbitraggi. E nel dubbio comprano tedesco. Lo fai con le auto, lo fai con i titoli. E così il differenziale con i bond italiani si amplia”. In generale, l’economista sottolinea che la risalita dello spread “è un termometro della tensione. Quando c’è un problema, il vecchio caro spread lo misura. Sono saliti un po’ tutti, quello francese più del nostro. Ma il punto è un altro: perché lo spread cresce? Perché ci sono problemi irrisolti in Europa, a partire dal sistema bancario e dalle politiche fiscali. E il primo è la carenza di visione strategica complessiva”. Per affrontare questi scenari risulta indispensabile il passaggio da una modalità di investimento da “cassettista” a un approccio più professionale che consideri anche gli investimenti azionari come un pilastro ineludibile per una corretta asset allocation.

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