La politica monetaria ha dominato lo scenario economico e dei mercati finanziari negli anni seguiti alla crisi del 2008, riuscendo a evitare un pericoloso avvitamento. Ha fallito, tuttavia, nel rilancio di economia e inflazione, ancora a livelli bassi. Ora il testimone potrebbe passare all’economia fiscale

Cosa hanno in comune Donald Trump, Mario Draghi e Matteo Renzi – quest’ultimo disarcionato dal suo ruolo di capo del Governo in seguito al recente esito referendario? La convinzione che sia necessaria una politica fiscale espansiva per permettere a economia e inflazione di ripartire.

  • Il presidente eletto degli Stati Uniti ne ha fatto un cavallo di battaglia della sua vittoriosa campagna elettorale. Investimenti in infrastrutture e riduzione del prelievo fiscale su cittadini e imprese sono due punti fondamentali del suo programma.
  • Il governatore della Bce ripete da tempo che la politica monetaria non può fare tutto e che “nell’Eurozona sono necessarie politiche fiscali che favoriscano una ripresa in grado di sostenersi da sola”. In parole semplici, chi può spendere lo faccia.
  • Matteo Renzi, ormai ex-presidente del Consiglio dopo la vittoria del “No” al referendum costituzionale, aveva messo a punto “Casa Italia” un piano per la ricostruzione e l’adeguamento antisismico di infrastrutture e immobili del Belpaese. Pur se all’interno degli stringenti limiti di spesa imposti dalla situazione debitoria, anche l’Italia si prepara a spendere.

 

Se 3.000 miliardi vi sembran pochi…

Le misure di politica monetaria adottate dalla Bce negli ultimi anni hanno movimentato circa 3.200 miliardi di euro, equivalenti al 131% del Pil dell’Unione Europea. Soldi che sono serviti a tenere a galla la Grecia e a contenere i rendimenti dei titoli di Stato dell’Eurozona, in special modo quelli dei Paesi periferici. Ma non a rilanciarne l’economia.

Questo ulteriore passo in avanti sarà affidato alla politica fiscale e alla spesa pubblica. Nel contesto di elevato indebitamento (anche gli Stati Uniti hanno un debito elevato!) l’idea affronta molte resistenze. Eppure sembra essere l’unica strada percorribile. Ed è una strada ben conosciuta dagli economisti visto che risale in linea diretta a uno dei padri dell’economia moderna, John Maynard Keynes. Più spesa, più investimenti, più lavoro, più crescita, più inflazione. Questo è il circolo virtuoso a cui si anela ora. Ma c’è di più. Un’inflazione più elevata è positiva per chi è indebitato. Sembrerebbe l’Uovo di Colombo. Qualcosa di simile è stato sperimentato da Bank of England e Federal Reserve che hanno rivolto i loro programmi di acquisto asset al settore privato. In altri termini la liquidità è arrivata all’economia reale. Bank of Japan e Banca centrale europea hanno invece preferito acquistare dalle istituzioni bancarie e qui lo stimolo monetario si è bloccato sia perché le banche non si fidavano a prestare la liquidità ricevuta in cambio delle obbligazioni cedute, sia perché la domanda di prestiti dall’economia reale era scarsa. Non è un caso che Stati Uniti e Gran Bretagna (al netto della Brexit) siano i Paesi con la crescita economica più elevata.

 

Spazi di spesa, anche per l’Italia

C’è chi può spendere e vuole farlo, come gli Stati Uniti, chi può ma non vuole, come la Germania e chi vuole ma non può, come l’Italia. Eppure anche il Belpaese ha qualche spazio per finanziare una politica di spesa infrastrutturale e per questo deve ringraziare proprio quelle politiche monetarie ora accusate di scarsa efficacia. A dirlo è l’Ocse che ha recentemente pubblicato il Global economic outlook. “Alla luce del contesto attuale di bassi tassi di interesse, i responsabili politici hanno un’opportunità unica per utilizzare la leva fiscale al fine di spingere la crescita economica e ridurre le diseguaglianze senza compromettere i livelli di indebitamento” si legge nel rapporto. E sembra una frase scritta proprio pensando all’Italia che, grazie ai bassi tassi di interesse, ha incamerato negli ultimi quattro anni risparmi sul pagamento degli interessi sul proprio debito per circa 15 miliardi di euro. Ulteriori risparmi arriveranno dal rifinanziamento, a tassi più bassi, del debito in scadenza nei prossimi anni e lo stesso discorso vale per gli altri Paesi dell’Eurozona. C’è spazio per attivare una politica di spesa espansiva della quale si avvantaggerebbe tutta l’area. È lo spazio creato da Draghi ma finora nessuno è andato a riempirlo.

TAGS:

mercati